martedì 5 dicembre 2017

La Ele




Questo sorriso si chiama Eleonora. Ha 19 anni.
E sta facendo un viaggio speciale.
Sola.


La Ele la conosco da tempo perché vive nel mio paese ed è una cara amica di mio figlio Nicola.
Nicola ha sempre detto di lei che è una guerriera e, quando quest'estate ho saputo del viaggio che stava organizzando, l'ho guardata ed ho pensato anche io: - Sei una guerriera. -
Una fantastica guerriera di 19 anni che ha deciso di partire per fare un'esperienza differente.
Le tappe del suo viaggio, che ha organizzato in completa autonomia, sono la Birmania, il Nepal e l'India. In ogni Paese l'aspettano un orfanotrofio, un popolo da conoscere, mille scoperte.
Ha passato il tempo che precedeva la partenza a lavorare in un ristorante cinese a Bologna e poi ha preso il volo. 
Ora si trova a Inie Lake, a est della Birmania. Ha visitato il sud, Yangon, L'Ovest, Bagan e il nord, Kalaw. Tra pochi giorni partirà per il Nepal e in seguito si sposterà in India.
Seguo i suoi passi da lontano e con avidità guardo le sue fotografie e le sue storie su Instagram.
Credo che sia un bellissimo "esemplare" di giovane e per questo ho deciso di raccontare qualcosa di questa esperienza.

La Ele mi ha scritto della Birmania, delle contraddizioni di un popolo meraviglioso; ricco di storie belle e di storie brutte. Ha conosciuto famiglie che l'hanno accolta come una figlia e scrive che hanno un modo di socializzare e intrattenere che è pura bellezza. Ma queste sono parole sue ed è giusto che sia lei a raccontare tutto quello che vedrà e conoscerà in questi mesi. Ora lo fa attraverso le immagini che condivide con noi.
Ne ruberò alcune solo per mostrarvi un pezzo di mondo diverso; visto con gli occhi della Ele.
















Nicola dice: - La Ele non ha paura di niente. -
E anche se io la vedo ancora piccoletta, con un facciotto da birba, quando la immagino sola in Birmania, in Nepal, in India, in giro tra case e gente, a lavorare negli orfanotrofi, non posso che provare ammirazione per tanta "paura di niente"; per tanta voglia, energia, curiosità e coraggio.
Io, a dispetto di tutti i luoghi comuni, conosco dei ragazzi fantastici, che anche se lasciano i calzini in giro sono in gamba, attenti, impavidi, autonomi, aperti, curiosi, e tutt'altro che "sdraiati".
E quello che apprezzo tanto in loro è che non si nascondono e camminano senza piedistallo.

Approfitto di questo spazio per salutare un altro che non ha "paura di niente": mio figlio Tommaso che ha 17 anni e sta facendo tante cose nuove e speciali in Kentucky (ma se parlo di lui si arrabbia). Un pensiero a Nicola, intrepido ventenne, e ad Angelica, eclettica undicenne.
Mi fido del futuro perché mi fido di loro.


ph. Eleonora Michelini
                                                               Instagram @elemikee



Conosco delle barche
che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.
Conosco delle barche che arrugginiscono in porto
per non aver mai rischiato una vela fuori.
Conosco delle barche che si dimenticano di partire
hanno paura del mare a furia di invecchiare
e le onde non le hanno mai portate altrove,
il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate
che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare
per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo
ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po'
sulle rotte dell'oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche
che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi
fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti
perché hanno un cuore a misura di oceano.
- Jacques Brel -

mercoledì 10 giugno 2015

La psiche arcaica


In un qualunque mattino maggese, al bar della Zelmira nel paese dei pappagalli, si discuteva, come sempre, del più e del meno. 
Un pappagallo diceva "più" e i suoi seguaci pappagalli lo applaudivano e ripetevano "più". 
Un altro pappagallo diceva "meno" e i suoi seguaci pappagalli lo acclamavano e ripetevano "meno".
Più e meno erano argomenti di scarsa rilevanza, gossip pappagallese che non cambiava la vita a nessuno e di conseguenza le discussioni erano perlopiù canzonatorie e nessuno si faceva male.
La popolazione passava la giornata in questo modo, dopo che la grande crisi aveva tolto loro il posto fisso sul posatoio.
Più o meno.

Verso le dodici e trentatré di quel qualunque mattino entrò nel bar uno sconosciuto. I pappagallesi, poco aperti ai cambiamenti di abitudini, lo guardarono e si guardarono. Mostrando diffidenza.
Un tempo lo sconosciuto in questione era stato un pappagallese, ma non aveva mai frequentato il bar della Zelmira. Divenuto maggiorenne, era partito per conoscere il mondo, trasformandosi, appunto, in sconosciuto. 
Aveva fotografato la fame, la guerra, la terra.
Era parecchio diverso da loro e lo confermò ordinando un carcadè. 
La Zelmira non faceva un carcadè da tempi immemorabili e si mise tutta in agitazione per quella richiesta anomala che le scompensava le sue certezze di barista della tradizione.
Visibilmente infastidita preparò il carcadè e lo appoggiò sul bancone senza neppure alzare lo sguardo.
Lo sconosciuto non se ne preoccupò granché e finito il carcadè si girò verso i pappagallesi e con le più buone intenzioni cominciò a raccontare la sua storia e la sua idea di soluzione. Nel bel mezzo del racconto disse "per". 

"Per" era un argomento delicato. I pappagallesi dimenticarono tutte le altre parole e focalizzarono solo quella. "Per" era qualcosa che non comprendevano e che non sapevano affrontare e per un momento interminabile rimasero in silenzio, sbalorditi e preoccupati, sperando che i loro  pappaleaders prendessero una posizione e facessero un'esternazione che avrebbero, ovviamente, ripetuto.
Ma non avvenne.
Solo lo sconosciuto, mortificato dopo aver intuito di aver pronunciato una parola che i pappagallesi non comprendevano, aprì di nuovo bocca per spiegarsi e mentre parlava fece un altro errore: affermò un sonoro "diviso". 
E avvenne l'imprevedibile.

Al solo sentire quella parola i pappagallesi vennero presi da incontenibile turbamento ed iniziarono a sbattere i becchi.
I pappaleaders divennero tutti gonfi e rossi e cominciarono a pronunciare frasi concitate che nulla sapevano dire e queste frasi erano mescolate ad offese, a sberleffi, a spintoni. Tuttì i pappagallesi ripetevano, ovviamente, le frasi, le offese, gli sberleffi. E purtroppo anche gli spintoni.
Lo sconosciuto si ritrovò in balia di un branco di scimpanzé (dal cervello con la saracinesca chiusa) che lo assalirono senza neppure dargli il tempo di difendersi.

Venti secondi. 
Bastarono.
Il tempo di un carcadè, di un "per" e di un "diviso", e la psiche arcaica aveva preso il sopravvento.
Lo sconosciuto cercò di difendersi in ogni modo ma nulla poteva contro quell'orda primitiva che aveva scambiato un "diviso" per una minaccia alla propria sopravvivenza.

Venti secondi.
La psiche arcaica. 
La paura. 
La diffidenza. 
La sopravvivenza. 
La difesa del territorio, del proprio pezzetto di caverna, della propria convinzione, della propria verità assoluta, del proprio piccolo posto nel mondo, della propria preda. 

Lo sconosciuto, malconcio, venne sbattuto fuori dal marito della Zelmira. 
I pappagallesi, orgogliosi della loro azione che ritenevano sintomo di autenticità e passione si gonfiarono di nulla. Ma dentro sentivano muovere qualcosa. Malessere che era incomprensibile per loro.
Era la miscela di paura, di ego, di diffidenza che aveva provocato in loro l'esplosione: il rabbismo.
Un rabbismo inutile e dilagante che contagiava chi era convinto di lottare per la sopravvivenza, anche se non era in pericolo di vita.
Uscirono dal bar e ognuno prese la sua strada. Si sentirono tutti molto soli.e si sentirono tutti molto stanchi, le energie erano state gettate in quel baccano senza senso e buon senso. 
Energie sprecate che avrebbero potuto utilizzare per fare altro. Ad esempio per vivere. O trovare soluzioni.
Qualcuno a casa ripensò a quelle parole. Per e diviso. E le trovò sul dizionario dei sinonimi e dei contrari.

Anche lo sconosciuto prese la sua strada.
E anche lo sconosciuto si senti solo, stanco e svuotato.
Anche lui aveva dovuto sprecare le sue energie per difendersi dai pappagallesi e pensò che mai più avrebbe provato a parlare di "per" e "diviso" con degli sconosciuti.
Pensò che quello che era accaduto poteva avere un senso quando e dove la lotta per la sopravvivenza era reale e quotidiana, quando non si conoscevano le parole per spiegare e risolvere, quando non esistevano eventuali soluzioni, quando non esisteva comprensione.
Ora e qui, tutto questo era solo un fallimento dell'evoluzione. Forse inevitabile. Aveva vinto la paura. Senti salire comprensione per i pappagallesi, ma l'amarezza per quelle energie buttate al vento del non senso non lo abbandonò..
Energie consumate.
Energie che servirebbero alla vita, alla cura. Che dovrebbero essere spese per guarire dai malanni, per superare gli incidenti di percorso, per lavorare, per lottare, per resistere, per crescere cuccioli, per le calamità naturali, per le avventure, i viaggi, le passioni, le sfide. O per dedicarle ad amare.
E pensò che era un vero peccato essere costretti ad usarle per proteggersi il cuore dai propri simili. 
Ma questa è un'altra storia.







martedì 19 maggio 2015

Non trovo più il mio paese

Per ricordare le date basta un po' di memoria. 
Ricordare le emozioni è più difficile. 
Abbiamo dentro quella "sostanza" fondamentale e meravigliosa che chiamano resilienza che ci aiuta a superare i momenti più traumatici della nostra vita. 
Ci serve per proseguire vivendo. 
Ci anestetizza le parti doloranti e lentamente, senza fretta, ci guarisce.
Ricordare le emozioni con l'intensità del momento in cui le abbiamo vissute è salutarmente impossibile.
Anche per questo amo scrivere. Per conservare le emozioni. Anche quelle brutte. Ci stanno tutte nelle nostre valigie.
Oggi, 20 Maggio 2015, sono andata a cercarne una in un cassetto molto particolare che si chiama "Moto di terra". 
Ho trovato, tra i tanti, questo articolo che era uscito solo tradotto in inglese sul nostro sito http://terremotosanfelice.org.  
Credo che rileggere quello che abbiamo provato in quei giorni, e che ci accompagnerà, in maniera sempre più gentile per tutta la vita, sia un modo autentico per ricordare quello che è stato e in particolare quello che eravamo, noi, in quel momento drammatico.
Forse non siamo ancora pronti per dire che è solo un ricordo perché intorno a noi nulla è più come prima, ma, come dice la mia bimba, oggi è il compleanno del terremoto. E questa è una notte diversa.

Lo scritto che segue è una delle tante emozioni che ho provato in quei mesi.


[20 e 29 Maggio 2012]
Tra la via Emilia e il West tutto trema e tutto cambia.



                                           Ph. Andrea Carruba



Non trovo più il mio paese (8 Giugno 2012)


Oggi ho preso la bicicletta e ho fatto un giro per il mio paese.
Però non l’ho trovato. 
Quello che ho visto non è il mio paese. 
Quello che ho visto è un luogo che non conosco. 
Un luogo pieno di nastri rossi e bianchi che 
impediscono l’accesso. 
Pieno di macerie ancora sparse per le strade. 
Di militari e di volontari. 
E’ un gigantesco camping formato da tendopoli di ogni 
genere. 
E’ un centro storico dove sono rimasti solo fantasmi, che temo lo 
abiteranno per troppo tempo.
Sono passati soltanto 19 giorni dalla notte del 20 Maggio, eppure sembra 
passato un secolo. 
Quella notte, in qualche modo le nostre vite sono cambiate per sempre. 
Ci siamo fatti molto male. 
Le nostre case, luoghi in cui ci sentivamo al sicuro, hanno tremato forte, 
facendoci scappare; sono diventate i luoghi che più temiamo.
Quell’alba penso che tutti noi la ricorderemo per sempre. 
Rimarrà tatuata nel nostro cervello. 
Il momento in cui abbiamo iniziato a percepire che era una cosa grande. 
Molto più grande di noi. 
Che non era solo paura. 
Chi per strada, chi in auto, ha cominciato a capire, a vedere. 
Sì, ci sono macerie. 
C'è distruzione. 
Il terremoto questa volta ha colpito proprio noi.

Da quel momento in poi non c’è stata più certezza. 
Tutto si è fermato.
Perché il terremoto è un prepotente ladro. Ti ruba in pochi secondi il futuro.
Ruba le scuole ai bambini, le case alle madri  e le chiese ai fedeli.  
Ruba il lavoro e la pausa. 
Ruba i progetti. 
Ruba i sogni e la libertà.
E quando pensi che tutto sia finito e incominci a ricucire le ferite ecco che 
torna, a ricordati che non sei nessuno di fronte a lui.

Il secondo terremoto, alle 9 del mattino del 29 Maggio, penso sia stato il 
colpo di grazia per troppe persone. 
Per troppe case. 
Per troppe aziende. 
Per troppi cuori. 
Per troppe menti.
Il nostro paese, i nostri paesi, hanno bisogno di aiuto. 
I nostri bambini hanno bisogno di scuole.
I nostri ragazzi hanno bisogno di speranza.
Noi tutti abbiamo bisogno di vita.
Non voglio far crescere i miei figli in mezzo ai fantasmi.

Cristiana Cesari

[A tutti coloro che hanno conosciuto il signor Terremoto]

venerdì 17 aprile 2015

Un fantasma di palcoscenico








Le fotografie sono di Mariarosa Bellodi.
Il soggetto è l'interno di un piccolo teatro. Oggi.
Il teatro di San Felice sul Panaro.
Quando le ho viste sul profilo Facebook di Mariarosa ho sentito un piccolo tuffo al cuore.
L'ultima volta che sono entrata in questo teatro è stato un martedì sera. Il martedì precedente al 20 Maggio 2012.
Eravamo lì per fare le prove del nostro spettacolo. La prima era vicinissima.
Poi BOOM!
Lo spettacolo lo abbiamo fatto a Settembre, sotto un tendone. L'anno dopo sotto ad un altro tendone.
E l'anno scorso in un piccolo auditorium.
E' bello comunque. Teatro lo puoi fare ovunque, anche per strada, ma devo ammettere che ogni volta che vedo un palcoscenico penso che prima o poi vorrei togliermi la voglia di recitare le mie piccole parti in un teatro vero.

Queste fotografie mi fanno un po' male anche per un altro motivo:
perché non siamo nel dopoguerra, ma nel 2015, in Emilia Romagna. E io sono zuccona e continuo a pensare che se fossimo in un Paese meno complicato, corrotto e marcio, questo piccolo teatro sarebbe già risorto.

Cristiana Cesari




mercoledì 1 aprile 2015

Silenzio

C'era una volta un vecchio signore codardo.
Il suo nome era Silenzio.
Viveva in una casa con le finestre speciali. Sembravano orecchie. 
Gli scuri,
invece,
sembravano mani.
Ogni volta che entrava un rumore sgradito, gli scuri-mani si appoggiavano sulle finestre-orecchie, e il rumore si faceva ovatta.
Visse a lungo il signor Silenzio. Secoli e secoli.
Fuori successe di tutto,
guerre,
catastrofi,
Ingiustizie e pandemie,
ma lui mai trovò le parole. 
"Non ho sentito nulla"- disse prima di andarsene. 
Non è successo nulla.



mercoledì 3 dicembre 2014

La tregua

"Basti dire, allora, che quando vedete un uomo con il gomito alzato, la testa bassa, le spalle curve su una bevanda marrone scuro, che chiacchiera sottovoce e in maniera ellittica con la barista, brillo e con gli occhi stanchi ma apparentemente felice, sappiate che quello a cui state assistendo è un individuo che si concede finalmente una tregua."
Richard Ford, Lo stato delle cose
"Non restare chiuso qui pensiero
Riempiti di sole e vai nel cielo
Cerca la tua casa e poi sul muro
Scrivi tutto ciò che sai, che è vero, che è vero...."

Ultimamente sto amando tanto la parola "tregua". E' un lasso di tempo nel quale ci si impone una sorta di pace che aiuta a recuperare energie.
A respirare.
Se riesci a sbirciare con la coda dell'occhio, in questo scorcio di tempo, a volte puoi anche trovarci risposte. Risposte non condizionate da sentimenti che annebbiano un po' il cervello.
La tregua può essere di diversi generi. Diciamo che ognuno dovrebbe riuscire ad avere la tregua che si merita. 
Ci sono tregue reali e tregue immaginarie e possono essere entrambe efficaci.
L'importante è staccare lo spinotto del cervello in modo da lasciarlo riposare. Non è che lo si spenga, semplicemente si oscurano alcune stanze che sono troppo incasinate. Si chiude per qualche tempo la porta in modo che il disordine non prenda il sopravvento. La cosa fondamentale è non vedere per provare a sentire.
Lo so, è difficile, ma immaginate di dover partire per un luogo molto affascinante e non avere il tempo per sistemare una stanza. Solo uno sciocco perderebbe un aereo per sistemare una stanza. 
In questo caso, chiunque penserebbe che basta chiudersi la porta dietro le spalle che quel disordine non sarà più al centro dei suoi pensieri.
Durante il viaggio ci si penserà forse ogni tanto ma lentamente ci si accorgerà che sta avvenendo quel piccolo miracolo che chiamerò distacco.

Nel momento distacco a volte ci si rende conto di sentire meglio. Pare quasi che le soluzioni impossibili ci appaiano affrontabili.
Può accadere che sulla via del ritorno ci prenda una gran voglia di arrivare a casa per riordinare la stanza, ma in un modo completamente diverso dal solito. Abbiamo il desiderio di dare un nuovo ordine alle cose.
Può capitare di aprire la porta e richiuderla di nuovo.
Può capitare di aprire la porta, entrare e ripiombare nel disordine.
In questi due casi non c'è da preoccuparsi troppo. Probabilmente abbiamo solo bisogno di tempo ed altri momenti di tregua.

Può capitare di aprire la porta, entrare, e cominciare spostando piccole cose.
Può capitare di aprire la porta, entrare e rivoluzionare tutto.
Può capitare di aprire la porta, entrare, e buttare tutto dalla finestra.
In ogni caso, l'azione avrà sostituito il pensiero.

Tregua per chi non trova pace.


… una cittadina che ha una vita, e non uno stile di vita.
Richard Ford, Lo stato delle cose

domenica 16 novembre 2014

I was not born in the USA

Se avete un pochino di tempo e un pochino di curiosità vorrei portarvi a visitare un posto.
Non dovete temere nulla.
L'unico effetto collaterale può essere un po' di frustrazione.

Venite con me.

Parte prima (dolce)

Siamo in auto e stiamo percorrendo una strada larga, in mezzi ai boschi.
Ora fate attenzione, svoltiamo e prendiamo un'altra via.
Ci siamo.
Alla nostra destra vediamo una lunga struttura, sembra un grande deposito con a fianco tanti pullman gialli che chiameremo Scuolabus. Le scuole che ho visto qui sono tutte fuori dai centri abitati. Tutte in spazi aperti e molto grandi. Gli Scuolabus sono tantissimi perché devono garantire la trasferta a tutti gli studenti.

Alla nostra sinistra uno spazio esteso, molto esteso, non vediamo la fine.
In questo spazio infinito due costruzioni, basse e immense. L'opposto dei grattacieli che ho visto a New York.
Ora svoltiamo a sinistra ed entriamo in questo spazio.
Enorme, verde.
Attorno a una delle strutture ci sono tanti giochi per bambini. Altalene, grandi scivoli e castelli da esplorare. E' una Elementary school.
Proseguiamo costeggiando un campo da calcio ed altri campi, fino a giungere ad un ampio parcheggio. Siamo davanti all'ingresso di una delle due costruzioni.
Entriamo.
Saluti.
Sorrisi.
Nice to meet you.
Siamo all'interno di una Secondary school americana. Quella che va dagli undici ai diciotto anni e comprende la middle school e l'high school.  
Una scuola di un piccolissimo paese dello Stato di New York.

Il sovrintendente ci guida orgoglioso alla scoperta della sua scuola.

Un corridoio, con tanti armadietti rossi ai lati, è una delle tante strade simili che percorreremo per visitare questo luogo che, ai miei occhi, più che una scuola, sembra già un paradiso per ragazze e ragazzi.
I corridoi sono suddivisi in base alle varie materie. Le materie scientifiche le troveremo quindi tutte nello stesso corridoio, mentre Storia, Letteratura, Lingua e Psicologia, saranno in un altro. I laboratori in un altro ancora e le aree comuni avranno la loro zona dedicata.
Le lezioni sono in corso ma il corridoio non è vuoto, ci puoi incrociare curiosi sguardi giovani o gruppi di persone che parlano tra loro.
Le porte delle aule sono aperte. Non c'è confusione ma neppure silenzio. Solo rumore di vita.

La prima "attrazione" che vediamo è un laboratorio di falegnameria con ogni genere di attrezzatura. Un laboratorio moderno e completo di ogni utensile.
Un odore di legno buono entra in maniera prepotente nelle nostre narici e pare davvero di essere presso un artigiano.
L'artigiano in questione è invece un uomo, che sta in quella che è la sua grande classe, ad attendere dei ragazzi che vogliono imparare a trasformare il legno. Un insegnante.
Qui, sono i ragazzi a spostarsi nelle varie aule o laboratori al cambio dei periods. A parte alcune materie obbligatorie, sono loro stessi a scegliere il loro percorso, che possono anche modificare.
Falegnameria è solo una delle tante opzioni che possono scegliere.
L' artigiano insegnante ci accoglie, ci spiega, ci mostra.
Orgoglioso.

Proseguiamo il nostro tour entrando nel Laboratorio di robotica e tecnologia dove un fiume di terminali vive in armonia con l'alchimia dello scienziato antico. Non c'è lezione in questo momento ma lo scienziato insegnante sta parlando con un ragazzino.
Sul bancone davanti a loro tanti pezzettini che immagino faranno parte di un grandioso progetto. Si respira aria di invenzione.
Si respira la stessa intensità di orgoglio.



Queste grandi aule sembrano in qualche modo tutte collegate tra loro. Entriamo in un luogo dove l'aria di invenzione muta, arricchendosi di arte, siamo nel Laboratorio di pottery.


La musica in sottofondo accompagna un momento nel quale sono le mani ad imparare. Il laboratorio ha una forte personalità, come gli altri che abbiamo visitato.
Pottery è un'altra materia che gli studenti possono scegliere.
La potteratrice maestra sta entrando con un carrello pieno di opere fatte da mani che stanno crescendo. Ce le mostra orgogliosa. Opere create, plasmate, scaldate, seccate, dipinte. E mentre le guardo non posso non pensare alla metafora di una vita che muta, che cresce. Per un attimo penso al vasaio de La caverna di Saramago. Alle sue statuine che devono entrare nel fuoco. Al soffio, al venticello, all'arietta, allo zefiro e a questo passo meraviglioso e illuminante di un libro per me molto importante.
http://her-etico.blogspot.it/2011/11/il-soffio-il-venticello-larietta-la.html

Il Laboratorio di informatica e web design è un vero e proprio mare nel quale al posto delle onde ci sono computer. Vorrei contarli ma l'impresa è impossibile. Temo ce ne sia uno per ogni studente. L'immenso salone viene utilizzato anche per le riunioni e per i corsi di aggiornamento degli insegnanti.

Come vediamo nei film, ogni scuola americana ha un occhio di riguardo per lo sport. Ha la sua squadra di football e le sue cheerleader, ma non solo. In questa scuola, ad esempio, il calcio, sia maschile che femminile, vede il campo riempirsi tre pomeriggi alla settimana di studenti che fanno allenamento e i coach sono insegnanti della scuola, con il loro ufficio all'interno e la classe all'esterno. Non manca neppure la piscina. Lo studente può scegliere.
Ci fermiamo a salutare il coach di soccer e ci vengono mostrate con orgoglio le tante coppe vinte dalle squadre della scuola.
Nei mesi invernali, in questa zona, ci si può inoltre iscrivere ai corsi di sci e, sempre un insegnante, un pomeriggio alla settimana, parte con uno di quei pullman gialli e porta gli studenti sui monti. Una scuola all'aria aperta.
La Palestra interna classica è completata da un'altra palestra attrezzata. Cioè, una vera e propria palestra da body building che gli studenti possono frequentare nelle pause o dopo le lezioni.
Da questa, una grande porta, si apre verso una enorme sala completamente imbottita che è la palestra per la lotta. (Ho ripetuto quattro volte la parola palestra.)
Si.
Ci sono anche le lezioni di lotta.
Può sembrare inopportuno o assurdo insegnare lotta in una scuola, ma si può scegliere.
Si può scegliere se passare un po' di tempo ad imparare la lotta o nella fornitissima e incantevole Biblioteca-Libreria della scuola.
C'è ad accoglierci una vera e propria "insegnante bibliotecaria".
La luce che entra dalle grandi finestre rende questo posto ancora più confortevole. Diversi studenti, sparsi nei vari angoli di lettura, consultano volumi. Scelgono libri.
Vorrei sedermi anche io e ritornare studente per poter approfittare di tanta ricchezza messa a mia disposizione.

Durante le pause si può approfittare anche della Sala relax. Si chiama Senior Lounge.
Ci appare come un mega salotto con tanto di schermo e divani. Ragazze e ragazzi stravaccati si concedono un po' di riposo. Possono scegliere.
Adiacente a questo angolo di pausa c'è la sala mensa, con annesso il bar. Più che una mensa da scuola sembra un grande ristorante self service. Modernissimo. Gli studenti sono comunque liberi di portarsi il pasto da casa e consumarlo insieme agli altri. Da noi è vietato. Un altro valore aggiunto ad una Scuola che non è solo dovere, ma fulcro di vita sociale per centinaia di ragazze e ragazzi. Una vita sociale che si svolge all'interno di un luogo che offre loro non solo nozione, ma possibilità di sperimentare e sperimentarsi. Conoscenza di sé.

Ora arriva la parte migliore:

Il Laboratorio di musica è un piccolo regno completamente insonorizzato nel quale si può imparare a suonare uno strumento.
Qui si impara la musica.
Gli studenti possono scegliere se e cosa imparare. Il sovrintendente ci dice che la musica ha un'importanza fondamentale nello sviluppo dei giovani.
Quello che imparano in questo regno prende poi forma e si realizza nel grande Teatro auditorium. Gli studenti, inoltre, possono scegliere di fare canto. O teatro. O danza.

Mio figlio è negli Stati Uniti da Agosto e doveva stare un semestre. Mio figlio, che ha diciassette anni e sta facendo qui il suo quarto anno di scuola superiore, ha chiesto di poter restare tutto l'anno. Tornerà a Giugno e prenderà il diploma americano in questa scuola.
Mi mancherà da morire ma credo che questa esperienza lo arricchirà talmente tanto che non ho il diritto di interromperla. In Italia ha un gruppo musicale nel quale è cantante e chitarrista. Fanno trash metal. Ha scelto tra le sue materie opzionali il canto. Canterà altro, canterà in coro. Per imparare.
Nel coro ci sono i bassi, i baritoni, i tenori, i soprani e ragazze e ragazzi di età diverse si uniscono e mischiano le loro voci in armonia e tutto ciò diviene melodia.
Ci hanno salutato così alla Secondary School.
Cantando.
E' stata una sorpresa.
Non ho saputo fermare le lacrime di gioia.

Ci ha salutato così.
Cantando per noi.
Sono orgogliosa di lui.




Parte seconda (amara)

Ho chiesto al preside se la sua scuola è un'eccellenza. Mi ha risposto di no. Mi ha detto che è al di sotto della media perché essendo una zona rurale arrivano meno fondi che in altri distretti.
Quella che vedete appena sopra è l'unica fotografia che ho scattato all'interno della scuola. Durante la visita non ho osato farlo per rispetto. Quando ho chiesto di poter fotografare il sovrintendente era assolutamente contento. Il suo orgoglio lo potevo respirare.
Questo non è un post che vuole esaltare gli Stati Uniti. Questa è solo una testimonianza. Credo ci siano scuole pubbliche altrettanto fantastiche anche in altri stati europei. Provate quindi a pensare che io abbia visitato questa scuola in mezzo al mare. In zona franca.
Io vorrei solo portare una testimonianza di scuola diversa dalla nostra. Alla quale forse abbiamo ambito, in modo differente e nostro, per un po' e che poi è tornata indietro, alla scuola prussiana. Dove tutti devono imparare le stesse cose. Dove non è contemplata l'opportunità di poter esplorare le proprie attitudini.
Non so fino a che punto potranno essere d'accordo con me i conservatori.
Io credo che amare la scuola e starci bene, non temere il giudizio o la bocciatura, poter scegliere buona parte delle materie, poter sperimentare ed esplorare tante differenze, poter imparare ad usare le mani e poter abbinare tutto questo alle nozioni, importantissime, di base, che nessuno pensa di mettere in secondo piano ma che dovrebbero essere parte dell'istruzione che, insieme a tanto altro, diviene anche cultura, sia una grande opportunità di crescita. Tutto questo altro in Italia viene offerto privatamente, fuori dall'orario scolastico. Lo troviamo ancora in qualche progetto alle scuole elementari, quasi sempre a pagamento. Alle medie entriamo nel buco nero. C'è stato un momento nel quale si potevano fare materie opzionali, poi i tagli hanno impedito ogni volo pindarico. Nella nostra scuola media i ragazzi suonano il flauto. Alle superiori la musica non esiste.
Di conseguenza è possibile fare attività diverse solo per le ragazze e i ragazzi le cui famiglie possono permettersi di pagare corsi. O attività sportive. Mentre nella scuola che ho visitato la possibilità viene data a chiunque. Possibilità di poter imparare a suonare uno strumento musicale. Di danzare, di cantare, di frequentare una palestra. Di poter fare uno sport.
L'Italia ha ormai una scuola che è diventata semplice dispensatrice di nozioni. Gli insegnanti coloro che debbono rispettare un programma che è fatto da funzionari statali. I giudizi sono numeri freddi. Le strutture obsolete.

Io vivo in un paese dove la scuola è stata costruita da poco perché il terremoto ha reso inagibile quella vecchia.
Quella vecchia era tanto vecchia. Era una vecchia scuola su tre piani.
Abbiamo tante scuole vecchie in Italia.
Ora abbiamo una struttura antisismica. A piano terra.
Una "struttura temporanea" che rimarrà per sempre. Le aule sono piccole ma la scuola è nuova e bella. La costruzione della palestra però (resa possibile anche grazie alle donazioni) è bloccata. Mi hanno detto per problemi di appalti e fallimenti. La mensa, inaugurata da poco, ha un problema acustico che pare amplifichi le voci. Ci hanno detto che il rumore dopo un po' diventa insopportabile e i bambini mangiano in fretta per poi tornare nella loro aula. Dovranno venire a fare dei controlli.
Ma va bene così.
Ci accontentiamo molto. Poi, quando ci capita l'occasione di vedere che si può fare di meglio, un po' di nervoso ci viene.
Ma appena si torna qui si viene immediatamente proiettati verso il basso e quando si è in basso si pensa a chi è ancora più in basso, per consolarsi.
Non si pensa ai diritti ma ai doveri.
Non si pensa alle tasse che si pagano, ai milioni che si sprecano e che potrebbero essere utilizzati per dare tanto di più alle scuole e a tanti altri servizi per i cittadini.
Non si pensa in grande.
Anche per questo ho voluto scrivere quello che ho visto. Per non dimenticarmene troppo in fretta.
Sarebbe interessante se, chi di dovere, ogni tanto prendesse un aereo e andasse in giro per il mondo a prendere spunti.
Le nostre riforme della scuola ormai da tempo sono semplicemente di stampo economico. Risparmiare il più possibile e risolvere i casini legati all'assurdo sistema di "reclutamento" degli insegnanti.
So che ci sono scuole in Italia che riescono ad offrire di più, che riescono a sfruttare in maniera adeguata le poche risorse. E che ci sono differenze importanti tra scuole che distano anche solo dieci chilometri l'una dall'altra. E allora mi chiedo se non ci sia anche un concorso di colpa tra uno Stato che taglia e un mondo scolastico che non ci crede più. Perché dove ci sono dirigenti scolastici e insegnanti che ci credono ancora, le scuole funzionano sicuramente meglio, anche se tutti devono fare i conti con fondi ormai raschiati dal fondo.
Quando il servizio è scarso la differenza la possono fare solo le persone. Ma non voglio entrare nel labirinto di un sistema che a mio parere andrebbe ribaltato. (E poi in questo Paese è sempre colpa degli altri.)

Io ho visto la scuola dei miei sogni. Ma non è qui. Perché se fosse qui sarebbe ancora migliore, sarebbe davvero completa, perché il bagaglio culturale italiano è immenso.
Sarebbe immenso.
Non è tutto da buttare nella nostra Scuola, anzi, c'è tanto da salvare. Dovremmo solo trovare dei governanti che ci credano, che abbiano voglia di esserne orgogliosi.
In questo post ho evidenziato le parole "scelta" e "orgoglio". Non per caso.
Credo siano due punti fondamentali.
Noi non possiamo più scegliere perché forse l'Italia ha smarrito l'orgoglio. La voglia di essere orgogliosa dei suoi ragazzi.
Le nostre eccellenze vanno a studiare, a creare e ad inventare all'estero perché qui sono inutili ed incomprese.
In Italia avremo anche i migliori studenti di storia medioevale, come dice Franceschini, ma il passato senza il futuro è soltanto acqua stagnante.
Siamo geniali ma la nostra genialità è sprecata. Mal gestita.
Questo non è un paese per geni.

Questa è solo la mia esperienza.
her.etico



Alcune informazioni:
High school è il nome utilizzato in alcune parti del mondo (in particolare in ScoziaNord America e Australia) per descrivere un ente che fornisce in tutto o in parte l'istruzione secondaria, cioè quella fase del percorso scolastico situato tra la scuola primaria e l'università. La fase precisa dell'età di accesso a questo livello di scuola varia da paese a paese e all'interno della stessa giurisdizione. In Nuova Zelanda e parti dell'Australia e Canadahigh school è sinonimo di scuola secondaria.

Negli USA

Ci sono 4 anni di high school: freshmen, sophomores, juniors e seniors. Gli studenti, per prendere il diploma nel loro senior year, devono cominciare a raccogliere crediti dal loro freshmen year. A differenza della scuola italiana, negli USA gli studenti possono scegliere i corsi da seguire, dando la precedenza alle materie obbligatorie per prendere la graduation e successivamente alle materie che, invece danno semplicemente crediti. Inoltre se si "fallisce" un corso, non si ripete l'anno, ma l'anno successivo si passa al grado superiore, prendendo però due livelli della stessa classe (quello che si è fallito e quello che effettivamente si dovrebbe seguire) così non si rimane indietro. Ad esempio se un freshman viene "bocciato" in letteratura americana 1, l'anno successivo (sophomore year) deve seguire letteratura americana 1 e 2 e passarli entrambi per avere credito pieno. L'anno è suddiviso in sei bimestri. La scala di valutazione è in lettere (A, B, C, D, F ed E) ed è basata sulle percentuali. A metà anno, alla fine del terzo bimestre ci sono i "mid term exam" ovvero degli esami su tutto il programma fatto fino a quel punto. A fine anno invece ci sono i "final", che invece si basano su tutto il programma dell'anno. Gli esami sono obbligatori per gli studenti che hanno una media inferiore alla C, per gli studenti che hanno una media della B con un giorno di assenza e per gli studenti che hanno una media della A ma con più di tre giorni di assenza.
I compiti in classe possono essere test a crocette, essays o dimostrazioni pratiche, a discrezione dell'insegnante o a seconda della materia. I corsi che vengono offerti a scuola sono molteplici e comprendono ambiti molto diversi, vanno dalle materie classiche come: matematica, studi sociali, scienze, letteratura, storia, educazione fisica, lingue, educazione civica, economia, arte ad altri tipi di corsi come: arte del dialogo o "speech", teatro, cucina, "cheerleading", architettura della rete (web design), scrittura creativa.
Ogni scuola ha la sua squadra di football e il suo team di cheerleader, vengono anche offerte molte altre attività sportive, come: basket, baseball, softball, dance team. Inoltre esistono i vari club a cui ci si può iscrivere (club di spagnolo, club di arte e design, il coro o "glee" ecc). Ogni insegnante ha la sua classe e sono gli studenti a spostarsi per raggiungere il corso. Ci sono materie obbligatorie per tutti gli studenti che devono essere seguite per un numero di anni, le altre materie possono essere scelte in base a interessi personali.

(da Wikipedia)

#scuola #istruzione

La Ele

Questo sorriso si chiama Eleonora. Ha 19 anni. E sta facendo un viaggio speciale. Sola. La Ele la conosco da tempo perché ...